50 e oltre
La Galleria Cortina
1962-2013
50 e oltre
La Galleria Cortina - 1962-2013
Intervista a Stefano cortina
Susanne Capolongo e Stefano Cortina in galleria
Susanne Capolongo e Stefano Cortina in galleria

S. Capolongo - Il primo ricordo legato all’arte?

S. Cortina - Sono praticamente nato nel mondo dell’arte, avendo mio padre iniziato nel 1962, ricordo che portava me e mia sorella Nadia in giro per mostre. Se penso alla mia prima vera memoria l’associo ad una mostra tenutasi a Rho di Dino Buzzati, mentre delle le varie esposizioni in galleria di mio padre le ricordo tutte e nessuna, nel senso che sono state talmente tante che non ne ho un ricordo specifico particolare. Penso che, come tutte le persone nate nell’ambiente, quando si è ancora giovani, non si è in grado di discernere i rapporti che si intrecciano tra arte e vita quotidiana. Comunque i primi veri ricordi, forse per un personale interesse da sempre e per l’amicizia che legava mio padre all’artista, sono di Dino Buzzati, soprattutto perché le sue opere mi rimandavano ai fumetti e alla struttura narrativa dell’immaginario, facilmente decriptabile, con le conturbanti figure femminili che agitavano il mio animo adolescenziale.

Ti senti più imprenditore o appassionato d’arte?

Sono sicuramente un appassionato perché ritengo che questo sia un lavoro che puoi fare solo se spinto da una grande passione. Potrei definirmi un piccolo (molto piccolo) imprenditore con una grande passione per l’arte.

Cinquant’anni di storia artistica promozionale e commerciale, tirando le somme?

Mezzo secolo è veramente tanto! Sono più di due generazioni, considerando la tempistica di crescita della popolazione, per cui sono cambiate tantissime cose, partendo dal boom economico del 1962 agli anni di profonda crisi, mai vissuti dall’Italia se non nell’immediato dopo-guerra, fino ad arrivare alla crisi dei giorni nostri come parlano le statistiche economiche attuali. E’ cambiato il senso di questo lavoro, la proposizione, la professionalità. Sono cambiate le persone, è cambiata l’etica e la morale della gente, il modo di vendere arte. Ciò detto ritengo che rimanga il lavoro più bello del mondo, non sempre gratificante ma sicuramente affascinante. È una professione estremamente difficile perché non ti mette al riparo dai rischi e non garantisce una redditività fissa, ma ti permette di relazionarti con persone infinitamente interessanti, un’ attività di costante stimolo e sfida. Naturalmente devi amare la cultura e il mondo intellettuale che ne fa parte: scrittori, artisti, giornalisti, critici, fotografi. Ritengo che sia un mestiere che mi si è cucito addosso per destino ( sono figlio di Renzo Cortina) e per scelta, ciò nonostante i problemi sono tanti, molti più di quanto la gente possa pensare, la crisi che ti uccide …però è una attività magnifica, non la consiglierei ma è un po’ come l’amore, accade.

E dopo di te allora?

Dopo di me... io ho una figlia di 20 anni, Mafalda, è all’ultimo anno di liceo artistico e vorrebbe continuare gli studi proiettandosi nel mondo del design, nello specifico del fashion stylist magari al Politecnico o alla NABA, a onor del vero devo riconoscere che ha notevoli capacità tecniche soprattutto per il disegno. Lei non vorrebbe proseguire la mia professione ma, d’altronde, anch’io alla sua età dicevo a mio padre che mai e poi mai avrei fatto il gallerista! Ciò nonostante sono qui. Se anche mia figlia dovesse raggiungere i suoi obiettivi non è detto che una cosa escluda l’altra, il nostro lavoro non estromette nulla che riguardi l’estetica del bello e le contaminazioni sono oramai necessarie per l’evoluzione del settore.

E la sensibilità quanto conta in questa professione?

La sensibilità conta al 100% sia per quanto riguarda il gusto estetico, e intendo la capacità di comprendere la validità di un’opera del giovane artista che ti viene proposta , sia per quanto riguarda saper valutare l’importanza intrinseca delle opere storiche. La sensibilità è fondamentale anche per l’aspetto commerciale, cioè saper comprendere chi ti sta di fronte, capacità che affini negli anni e che ti permette di cogliere le sfumature del tuo interlocutore, talvolta devi decidere in pochi minuti se concludere o non concludere, tale abilità si acquisisce nel tempo guardando, conoscendo e studiando, non ci sono scappatoie solo l’esperienza e la professionalità alla lunga ripagano dei tanti sacrifici che l’arte richiede.

Tuo padre figura importante dagli anni ‘60 in poi nel mondo dell’arte, lui come la maggior parte dei galleristi di quel tempo, faceva questo lavoro per pura passione verso l’arte, sovente con gli artisti si instauravano più rapporti di amicizia che commerciali. E adesso?

Personalmente sono molto legato all’eredità morale che mi ha trasmesso mio padre per cui per me è naturale mettere in atto il medesimo atteggiamento, riesco a lavorare con le persone solo quando c’è un alto grado di empatia, non è che sia disinteressato ma il coinvolgimento è basilare altrimenti sarebbe una forzatura. Qui voglio fare un distinguo tra gallerista e mercante: un gallerista è una persona come mio padre e come anche altri grandissimi galleristi milanesi e cito volutamente Giorgio Marconi che per me è il mito per eccellenza, lo dichiaro con una sanissima invidia, ho appreso molto dal suo modo di operare e a lui mi riferisco soprattutto come il “gallerista” che ha la sensibilità e la capacità di comprendere non solo le abilità del giovane artista ma anche il valore reale delle opere storiche. Il mercante è colui che conosce tutto sui valori e le vendite all’asta ma nulla o quasi sull’artista e la sua “forza espressiva”. Noi viviamo in un’epoca dove anche l’arte è influenzata da fattori diversi, alla base ci sono operazioni di marketing che creano trend e mode di un determinato artista o movimento artistico. Una volta la consacrazione dell’artista avveniva grazie al sostegno del critico d’arte o ad opera delle istituzioni, nello specifico dei musei, e successivamente nasceva l’interesse da parte dei galleristi e dei collezionisti. Oggi si sono invertite le tendenze, le interrelazioni tra storia dell’arte e mercato dell’arte sono fortissime, e quasi sempre è proprio il mercato a influenzare le valutazioni, stabilendone non solo un valore economico ma anche un valore storico-istituzionale. L’idea stessa del valore economico dell’opera è oggi sostanzialmente più rilevante del valore etico-culturale ed estetico, ciò detto è facile comprendere perché si possa parlare di “mode” anche nel mondo dell’arte e come passata la fase di massima valutazione un artista sia destinato a una rapida discesa verso l’oblio.

Come è cambiata, se è cambiata, la Galleria Cortina dal 1962 ad oggi?

E’ cambiata tantissimo non solo la galleria Cortina ma è cambiata la “galleria”. Ho ereditato la moralità e l’attività commerciale da mio padre, la moralità resta integra, l’attività si è evoluta e si è adattata ai tempi e alle nuove richieste del mercato e dei collezionisti. Negli anni ‘60/’70 l’approccio all’arte, sia da parte del gallerista che del collezionista, era molto diverso in confronto a oggi, i mezzi di comunicazione e gli strumenti che sono a disposizione di tutti hanno cambiato radicalmente il metodo e l’acquisizione delle opere d’arte. Una volta la galleria era il centro nevralgico dell’attività, adesso l’esercizio si svolge principalmente all’esterno della stessa. Se mio padre si fosse preso una vacanza e tornasse adesso non riconoscerebbe più l’ambiente; tra fiere, case d’asta, mercanti di ogni sorta, siti online, vendite televisive e ancora molto altro, diventa sicuramente difficile districarsi da questo groviglio di offerte. Ritengo che ci siano troppe proposte e non tutte di qualità, molti collezionisti mancano di istruzione e di gusto per non parlare della capacità di fare scelte contro-corrente. Ciò non toglie che le nuove tecnologie danno nuove possibilità di sviluppo ma non deve venire a meno il “messaggio” che l’opera deve trasmettere.

Tu bambino in mezzo ai grandi del novecento chi ricordi con più passione?

Facendo però un distinguo tra la “grandezza” dell’artista e la persona in quanto tale. Mio padre ha sempre impostato i rapporti con gli artisti non tanto basandosi sul loro valore (di quei tempi) di mercato ma su fattori di empatia personale. La componente basilare era soprattutto il rapporto confidenziale che si instaurava con tutta la famiglia, questa valeva sia con i critici che con gli artisti, scrittori o giornalisti, la frequentazione era legata anche alle famiglie dove erano coinvolti figli e mogli. Uno dei primi personaggi a cui io sono stato particolarmente legato, partendo proprio dal legame affettivo, è stato Contenotte artista pop che ai tempi veniva presentato da Pierre Restany, sicuramente oggi pochi lo ricordano ma negli anni ‘60 aveva firmato grandi opere ed installazioni come la “Trans-luminazione” del Duomo, insieme a Christo che impacchettò la statua di Vittorio Emanuele in Piazza Duomo a Milano. Bruno Cassinari era molto amico anche di mia madre, essendo io un ragazzino l’elemento “famiglia” era basilare come collante in queste relazioni, come critici invece Franco Passoni che negli anni 60 firmava le grandi mostre a Palazzo Reale, così come l’amicizia con Pierre Restany non tanto per la frequentazione personale ma in quanto personaggio traboccante di energia. Ricordo Roberto Crippa che era molto amico di mio padre ma personalmente lo vivevo come soggetto distante con quest’aura signorile ed altezzosa era un artista, un pilota, sempre attorniato di belle signore. Mentre con Luciano Minguzzi c’era una grande amicizia che coinvolgeva tutta la famiglia, io e Luca Minguzzi siamo andati perfino a militare insieme, casualmente ci siamo ritrovati sullo stesso treno per Pescara e in virtù della grande amicizia che legava i nostri genitori ancora oggi siamo buoni amici. Ma c’era anche Henry Moore che andavamo a trovare nello Yorkshire in Gran Bretagna. E poi il Sindaco di allora Pillitteri, Mike Bongiorno, Alberto Bevilacqua, Indro Montanelli, Guido Ballo e molti altri ancora.

Secondo te Milano oggi può ancora essere considerata la città italiana più innovativa per la promozione dell’arte?

Innovativa non lo so, sicuramente il mercato dell’arte si fa a Milano esattamente come la Borsa. Un artista che si rispetti non può non avere nel suo curriculum un’esposizione a Milano, sempre qui ci sono le gallerie più importanti e storiche d’Italia, e moltissime gallerie che non sono di Milano aprono succursali in città. Milano è la capitale economica anche per l’arte.

Cosa pensi delle nuove generazione di artisti? Come si relazionano tra di loro e con i galleristi?

Io sono molto deluso dai cosiddetti “giovani”, ho iniziato proprio con i “giovani” nella nuova galleria diretta solo da me e di tante persone che sono passate, che ho seguito e promosso me ne sono rimasti che due o tre, tra questi voglio citare volutamente Giovanni Cerri al quale sono legato da profonda amicizia e rispetto, soprattutto lo reputo un artista “puro” sia d’animo che d’intenti, la sua pittura come la sua vita seguono un percorso morale ed etico, non si è mai abbandonato all’adulazione delle mode ma ha sempre perseverato nel suo modus operandi ispirato dai sentimenti e dalle emozioni.
Per quanto riguarda il mondo dell’arte contemporanea ritengo che più passa il tempo più le nuove generazioni di artisti si impoveriscano, trovo che ci sia, in generale, una carenza di idee, di moralità e di ideologia e tutto questo si rifletta anche sul loro operare. Inseguono troppo le mode o cercano di adattare la propria ricerca alle esigenze di mercato, quindi la proposta non è basata su un sincero pensiero artistico ma è influenzata dall’obbiettivo commerciale al quale tutti anelano. Penso che le nuove generazioni siano troppo dipendenti dalla famiglia sia economicamente che psicologicamente, non hanno spirito autocritico e sono estremamente presuntuose. Essere presuntuoso si differenzia dall’essere sicuri di sé, sono convinti che tutti siano disposti a lavorare in nome della loro grandezza, mancano di umiltà e poco si domandano chi sono e cosa fanno realmente; si propongo sempre con quotazioni spropositate, tecnicamente le loro opere (tranne qualche caso) non hanno ancora un valore oggettivo, ma vengono proposte a prezzi esorbitanti al di sopra di molti artisti storicizzati che hanno dei valori certi di mercato. Purtroppo molti sono anche imitatori dei grandi maestri, copiando spudoratamente senza neanche ispirarsi ad essi.

Secondo te esistono ancora i mecenati ?

Interessante...no nessuno è più mecenate-collezionista, molti artisti giovani sono i primi a creare questo equivoco perché confondono chi compra un loro quadro per il “collezionista”, il collezionista (quello vero) non compra un quadro dell’autore, il collezionista segue l’artista nel suo percorso, acquista più opere magari in vari anni e di vari periodi. Il mecenate no non esiste più. Tutto questo a causa della nuova mentalità che si è sviluppata verso l’acquisizione di opere, oggi come oggi l’acquisto è visto solo come investimento dai più e in quanto tale quel che veramente interessa ai nuovi compratori sono solo le oscillazioni di mercato, come se fossero titoli in borsa, e questo non è possibile. Il mecenate era sovente il gallerista.

Il nuovo collezionismo guarda solo all’investimento. Il mondo dell’arte è diventato veramente una giungla dove vince solo il “Gorilla” più potente?

Si, esattamente questo, perché i nuovi ricchi, le nuove generazioni che vengono da settori che gli hanno permesso di arricchirsi, negli acquisti d’arte guardano semplicemente all’investimento (come detto sopra) influenzati dalla pubblicità, dalle operazioni di marketing che anche nel nostro settore vengono messe in atto proprio per convogliare gli acquirenti inesperti ed insensibili verso il prodotto prescelto, attenti solo a far fruttare il loro denaro, e non accettano di perdere, non comprendendo che anche in arte ci sono oscillazioni periodiche. Non sanno rischiare e non sanno scegliere in base alla propria sensibilità e piacere estetico. Ci sono molti casi di artisti sopravvalutati negli anni che oggi non valgono oramai nulla! I mecenati e veri collezionisti erano uomini di grande cultura e sensibilità, oggi la cultura è a livelli bassissimi, i valori culturali sono cambiati e, per dirla chiaramente, conta il “portafoglio”, lo status symbol e quant’altro sia legato all’arte dell’apparire.

Tu che sei anche un collezionista cosa ti sentiresti di dire alla nuove generazioni che si apprestano a diventare collezionisti a loro volta?

Di comprare quello che dico io .... A parte gli scherzi di studiare gli artisti e i movimenti ai quali possono essere interessati e di affidarsi a professionisti di loro fiducia, voglio qui sottolineare che anche la provenienza delle opere è un aspetto di notevole importanza in una compravendita. Affidarsi ai galleristi, e qui voglio volutamente essere autoreferenziale, ricordandosi che un gallerista risponde sempre delle opere trattate.

E quindi dove sta andando l’arte, è diventata solo pura spettacolarizzazione o ha ancora qualche messaggio ed emozione da trasmettere per stupire senza scioccare?

Nell’arte contemporanea è oramai di moda il “ famolo strano”, lo stupire per stupire senza trasmettere vere proprie idee e contenuti, mi sono allontanato dai giovani tranne qualche raro caso, per rivolgermi totalmente all’arte storica ivi compresi gli anni ‘60,’70,’80 e anche oltre, comunque là dove c’è una certa storicizzazione. L’arte contemporanea è priva di contenuti, d’altronde riflette il nostro vivere quotidiano, trovo che nell’arte in genere ci sia un impoverimento di idee.

In questi 30 anni di attività personale sono cambiati i tuoi gusti artistici e il modo di interpretare l’arte?

In effetti è molto cambiato il mio gusto e il mio giudizio, come giusto che sia visto che sono il primo a sostenere che bisogna cambiare insieme al mondo che cambia. Ho ampliato i miei studi e ho affinato i miei gusti, prima ero molto più interessato (forse per amore ereditario) agli artisti figurativi legati a mio padre come Cassinari, Migneco ecc.. Attualmente partendo da Fontana, che rimane per me il numero uno, mi sono spostato più sui movimenti degli anni ‘60 e l’arte programmata, l’Optical, l’arte cinetica, l’astrazione non tanto geometrica quanto concettuale, ma amo anche il surrealismo e il classico del novecento come Sironi e Morlotti.

“L’arte non deve mai tentare di farsi popolare. Il pubblico deve cercare di diventare artistico“ con questa frase Oscar Wilde giustifica ogni azione artistica e lascia al pubblico la scelta di comprendere.

L’arte, come la cultura non deve essere per tutti, ma tutti, ovvero ognuno ha il dovere di crescere ed elevarsi culturalmente. L’uomo può, anzi deve, crescere.


Susanne Capolongo, Milano 14 febbraio 2013.


Testo tratto da:
50 e oltre. Storia di una galleria d’arte: La Galleria Cortina 1962-2013, catalogo mostra, a cura di S. Capolongo, Cortina Arte Edizioni 2013.